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14.02.2017 | La grande lezione di solidarietà dei bimbi di Bangui
La grande lezione di solidarietà dei bimbi di Bangui
Nunzio Galantino

Non ricordo bene chi dei presenti ha detto che «nessunoè così povero da non poter donare qualcosa agli
altrie nessunoè così ricco da non avere bisogno degli altri». Questo, cheè diventato un aforisma,è stato
evocato in un contesto particolaree nel corso di un incontro speciale. 

Qualche giorno fa infatti, assieme ad alcuni amici - tra i quali il cantante Claudio Baglioni,
Domenico Giani, comandante della Gendarmeria vaticana e monsignor Vergez Alzaga - sono tornato in
Valnerina per una "missione" particolare. Sono tornato su uno dei luoghi che più di altri ha subìto gli effetti
devastanti del terremoto. Sia quello di agosto sia il sisma di fine ottobre, resi ancora più insopportabili dalla
bufera di neve che si è abbattuta su quel territorio. Abbiamo intrapreso insieme questo viaggio perché
ognuno dei miei compagni, a titolo diverso, è stato protagonista di un evento svoltosi prima di Natale
nell'Aula Paolo VI, in Vaticano. La Gendarmeria vaticana e il Governatorato dello Stato pontificio hanno
reso possibile lo svolgimento di uno straordinario e affollato concerto di Baglioni. Reso unico non solo dalla
location ma soprattutto dai contenuti (sono stai letti testi molto intensi di papa Francesco) e da presenze di
alto livello artistico e di grande spessore umano. Il ricavato, in un primo momento e per volere esplicito di
papa Francesco, era destinato alla ricostruzione di un ospedale pediatrico a Bangui, Repubblica
Centrafricana. Regione, non solo povera ma attraversata da una guerra civile che ancora qualche giorno fa
ha dovuto registrare l'assalto a una missione con diciotto morti. L'evento del terremoto nel Centro Italia ha
suggerito di allargare la platea dei destinatari del ricavato. Così, la somma raccolta è stata destinata, oltre
che all'ospedale di Bangui, alla realizzazione di un centro di comunità a Norcia. E qui è successo qualcosa
che giustifica la citazione con la quale ho aperto questa pagina! I bambini di Bangui infatti, messi al
corrente di quanto era successo in Italia, hanno avviato una raccolta tra di loro. La somma raccolta
(settemilatrecentocinquanta euro) è stata affidata al Papa e questi ha chiesto di recapitarla ai bambini di
Norcia. Ecco la motivazione del viaggio: far giungere a destinazione la somma raccolta dai bambini di
Bangui e consegnare il ricavato del concerto prenatalizio. Abbiamo incontrato e consegnato al Vescovo
Renato il ricavato del concerto e la somma delle donazioni liberali per la costruzione del centro di comunità.
Ai bambini di Norcia, raccolti per l'occasione nella scuola in legno, è stata consegnata la somma dei
bambini di Bangui, poveri, ma non tanto poveri da non poter far giungere un segno della loro partecipazione
al dolore e alla sofferenza dei loro coetanei. Uno di questi mi ha consegnato un album di disegni che
conservo gelosamente. Mi spiace non essere capace di descriverne i colori e le forme affidati dai bambini a
quei fogli di album, raccolti in una copertina rossa. Il disegno di Alessandra, che apre l'album, accanto a
una chiesa crollata e a una tenda che ospita una bambina, porta scritto: «Gesù è triste e piange perché il
terremoto ha distrutto Norcia». E poi, i disegni di Clotilde, Gabriele e Lorenzo che hanno voluto riproporre il
monumento a San Benedetto. A proposito, accanto alla chiesa completamente distrutta e della quale è
rimasta in piedi solo la facciata, ecco il monumento illeso del Patrono d'Europa ricordato nei loro disegni
anche da Diego, Lucia, Mattia, Melissa, Sergio e Serena. «Ecco la mia casa», scrive Cesare a commento
del suo disegno: pezzi (presumibilmente) di pietre e una stufa dalla quale esce ancora del fumo. Le stesse
pietre, che non riparano più, nei disegni di Manuel e Fabrizio. Serena ed Elisa ripropongono la Chiesa
distrutta dal terremoto ma da loro disegnata intatta e bella. Al posto della porta della Chiesa Elisa disegna
addirittura un cuore. Gianfilippo ha fermato la sua attenzione sulle mura diroccate della città ferita a morte.
«Il nostro grande amore: Norcia» è scritto sulla copertina rossa che raccoglie i disegni dei bambini
incontrati nella scuola di legno. Ho portato con me e tengo sulla mia scrivania il regalo dei bambini che ci
hanno accolto con le loro maestre, indaffarate a mantenere un po' di ordine improbabile, ma esse stesse
emozionate e fortemente coinvolte dalle parole della canzone di Baglioni, "Avrai", riproposte - così m'è
parso - come parole di grande speranza per quello che possano presto "avere" quanti sono stati privati di
tutto dal terremoto. Dignità! È questa la realtà che ho toccato con mano incontrando e pranzando con gli
sfollati di Ancarano, frazione di Norcia. Una piccola "comunità" raccolta in tende e roulotte attorno a un
gruppo di volontari e a don Luciano, loro parroco. «Non li ha abbandonati nemmeno per mezz'ora - mi ha
detto il Vescovo Renato, visibilmente commosso ;
ha dormito in macchina per venti giorni, poi in tenda con
loro e ora, come gli altri, sta in una roulotte». Ho saputo che hanno fatto lo stesso tanti altri preti, come don
Marco e don Renzo. Quanta ammirata gratitudine provo per loro che, anche in questa situazione, mostrano
il volto bello e fortemente prevalente della nostra Chiesa. Don Luciano, con i suoi collaboratori, ha voluto
portarci a visitare la tendachiesa.
Abbiamo pregato
assieme a loro e agli altri compagni di viaggio. Ho
visto, durante quella preghiera, lacrime che solcavano più di un viso. Sì! Anche il mio. Come si fa a non
"sentirsi presi" mentre ci si unisce a parole come quelle che riporto in chiusura, pronunziate in una
chiesatenda,
circondata da pietre ammassate e con la bella chiesa parrocchiale della "Madonna bianca" del
Trecento, tutta puntellata e con evidenti ferite che aspettano di essere curate? «Signore, il terremoto ci ha
tolto quasi tutto, ma non ci ha tolto la fede in te. Tu sei con noi nell'ora della prova: noi lo crediamo anche
se non sempre lo sentiamo come vorremmo // Non abbiamo più le nostre case, ma trovandoci insieme in
tanti, pur con tante difficoltà e fatiche, qui al campo stiamo diventando una grande famiglia// Abbiamo perso
le nostre chiese, ma quando siamo radunati tu sei con noi e noi siamo la tua Chiesa// Il terremoto, Signore,
vorrebbe toglierci la speranza, ma non è in grado di farlo perché tu sei la nostra speranza, tu che, facendoti
uomo, sei nato fuori casa e hai piantato la tenda in mezzo a noi // Per questo, pensando a te con amore,
sentiamo vicinissima, come mai, la Madre tua e Madre nostra, e la invochiamo con umile fiducia come
segno di consolazione e di sicura speranza».
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