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LO SHOW DI BAGLIONI «IO, ARTIGIANO DELLA MUSICA» Ieri a Roma il nuovo tour del cantante un cantiere aperto sulla sua carriera «Quando scrivo una canzone ho voglia di ridere o piangere: vuol dire che ne vale la pena» RENATO TORTAROLO «UNO IL pubblico mica se lo sceglie». Con l'elmetto bianco e lo sguardo vigile di un architetto, lo è davvero, Claudio Baglioni pensa al destino che ormai lo raggira da «quarantacinque anni, piuฬ€ o meno: io devo rivolgermi a tutti, anche a chi mi detesta percheฬ se mai dovessi non sopportare piuฬ€ chi viene ad ascoltarmi, allora sarebbe meglio smetterla lì. Per sempre». Non è il suo caso. Al Palalottomatica di Roma i fans, non solo quelli, si mettono di buona lena a seguirlo nella costruzione immaginaria di una città. Ovviamente fatta di canzoni. Trentatre. Che sembrano moltissime, se non fosse per l'atmosfera da bottega artigianale che Baglioni si è messo in testa di far vivere a tutti. «Non si stupirà mica, no?» chiede divertito, magrissimo, affilato come un uncino, vestito di nero senza odore di griffe intorno. «Tutta la mia storia in fondo suggerisce qualcosa che continua a essere messo su, che sta sempre in piedi e che predica di riappropriarsi del proprio mestiere». Che in scena, con 13 musicisti, si sente fra suoni analogici, una gran voglia di fare festa, una lunghezza «da anni Settanta, lo dica, lo dica pure...» e l'idea di fondo che «gli esseri umani sono un cantiere e questo Paese dovrebbe essere rivitalizzato,magari edificando un mondo nuovo dove ospitare buone idee». Percheฬ siamo qui ad ascoltare il sermone laico di un figlio della migliore borgata romana, Centocelle, dopo averlo già visto in tutte le salse, stadi compresi, come quella volta che faceva il giro dell'Olimpico in piedi su una 2 CV o quando apparve a un concerto antimafia in Sicilia, con le gente che chiedeva: è lo stesso Baglioni che canta "E tu"? E rispondevi: sì, signora ma questa canzone si chiama "Noi no" e sembra fatta apposta per la sua terra. Insomma, siamo qui, e per i liguri l'evento si può ripetere il 15 aprile al 105 Stadium, percheฬ Baglioni è rinascimentale nel Dna e gli artigiani sono il sale della terra: «Non ho mai visto un panettiere che inorridisca davanti alla farina». Baglioni, 62 anni, non è facile da catalogare. Ha sempre avuto l'ossessione di progettare ponti sulla musica, tunnel nell'anima e stazioni dalle quali lui e lei partono e non sanno se poi torneranno: «Qualcuno diceva che la musica è architettura senza case, senza edifici veri e propri. Mi sento d'accordo completamente». E intanto il cantiere che è "Con Voi", dal titolo dell'ultimo album, risuona di un'attività febbrile: «Ma non mi chieda se è lo specchio dell'Italia di oggi, quando arrivi a un certo punto di successo tutti ti chiedono cosa pensi del nuovo premier o di qualsiasi altro tema generale. Mettiamola così, quando ho cominciato non avrei mai scommesso che sarei durato tanto. Oggi mi trovo a suonare anche in posti poco battuti, palasport recuperati a qualche intoppo, punti che devi cercare bene sulla carta geografica, ma credo che sia giusto così: il pubblico me lo vado a cercare, non aspetto che sia attirato in città». Mentre il cantiere imbullona "Avrai", "In un'altra vita", "Io sono qui", "Una storia vera", "Notte di note", ti domandi se Justin Timberlake o Prince si pongano tutte queste domande, se oggi fare spettacolo non sia piuttosto un delicato innesto di buon ritmo e energia fisica: «Mi chieda allora se penso ancora di ritirarmi, qualche anno fa l'idea mi è venuta, se non bisognerebbe accettare il passaggio dalla dimensione di divo a quella di divino, come ha fatto Mina, ovvero preservare un'immagine di se compresa l'eventualità di invecchiare agli occhi del pubblico». E sia, cosa prova Baglioni davanti all'ennesimo tour? «A volte quando ho finito, uscirei dai palasport e mi metterei a volare. Oppure quando scrivo una canzone nuova mi capita di piangere, o di ridere, dipende dallo stato emotivo: vuol dire che vale ancora la pena di andare su un palco. Gliel'ho detto prima: senza questa condizione, sarebbe meglio metterci una pietra sopra». Compresa l'eventualità di fare un Festival di Sanremo? «Una volta mi sono proposto per ricantare pezzettini delle canzoni in gara, giuro che lo avrei fatto davvero, mi sarei messo in gioco e non sarebbe venuto nemmeno male. Mi hanno guardato come un matto. Nel 1998 dovevo presentarlo con Fazio, anche lì mi hanno preso per matto: un cantautore non fa queste cose». E adesso che fa? «Ricostruisco». 

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